Il 2017 per il Mezzogiorno è segnato da alcune novità, che stanno segnando quantomeno un cambio di clima.

L’Italia è tornata ad avere un ministero per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno. Il ministro è Claudio De Vincenti, che negli anni precedenti si era occupato molto di crisi aziendali e ora si occupa di un’area che si può quasi considerare una grande crisi.

Il ritorno del ministero è però solo un pezzo del discorso.

Nella legge di bilancio 2018 è stata decisa la decontribuzione per le assunzioni nelle regioni del Meridione. C’è stata la stipula di Patti per il Sud, per otto regioni, sette città metropolitane più Taranto. È avvenuto il passaggio della Banca del Mezzogiorno dalle Poste a Invitalia, che promette di dirottare le risorse verso investimenti più produttivi. È in corso una negoziazione con la Commissione Ue per la creazione di ‘zone economiche speciali’ su cui concentrare incentivi fiscali.

Il decreto Sud, approvato a febbraio, ha poi messo altri tasselli. C’è stata l’estensione del credito di imposta per le imprese che investono in macchinari.

Sono aumentate sia le aliquote di esenzione sia i tetti di spesa detraibili per le piccole e per le medie imprese. E, soprattutto, il decreto Sud ha compiuto un passo poco pubblicizzato ma significativo: a partire dall’anno prossimo la spesa ordinaria in conto capitale dovrebbe cambiare distribuzione, a vantaggio del Sud: sarà infatti distribuita per legge in misura proporzionale alla popolazione. Il Meridione, che negli ultimi anni l’ha vista decrescere, dovrebbe avere un aumento che si può stimare in circa 6 miliardi all’anno, secondo i calcoli de Il Mattino. Il condizionale è d’obbligo perché mancano i decreti attuativi e quindi prima di giugno si parla solo di dichiarazioni di intenti.

Se nuove risorse, quindi, ora ci sono, basteranno per segnare anche un cambiamento di Pil? Il 2017 sarà davvero, come promesso dal ministro della Coesione territoriale, Claudio De Vincenti, l’anno della svolta per il Sud? La risposta di chi segue queste vicende da vicino è prudente.

Alessandro Panaro, Head of Maritime & Mediterranean Economy Department di Srm, centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo ha detto: “La storia delle agevolazioni al Sud degli ultimi anni ci lascia alcune lezioni: la prima è che troppi strumenti fanno male, perché creano molta confusione. La seconda è che la frammentarietà delle agevolazioni non porta sviluppo: dare 100 euro a 100 persone non porta gli stessi benefici che comporterebbe dare 50 euro a testa a due aziende che poi crescono”.

Le priorità, continua Panaro, dovrebbero essere almeno tre: avere il coraggio di fare delle scelte su grandi progetti da investire; proteggere il percorso delle opere, per esempio comminando sanzioni a ricorsi al Tar che risultassero puramente strumentali; affrontare l’impantanamento a cui vanno incontro i progetti in caso di ‘cambio della guardia’ nei posti di responsabilità, magari per logiche di spoil system.

Secondo Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia applicata nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari: “Non si vede un cambiamento sostanziale, non è certo un Piano Marshall per il Sud”. Tuttavia il discorso si può articolare. Entrando nel dettaglio, Viesti ha spiegato che “La parte più positiva” del pacchetto di interventi, è quella che riguarda l’incentivazione degli investimenti, con il credito di imposta e il superammortamento.

“L’intervento sulla parte dei costi è cospicuo e i tassi bassi danno un’altra spinta. I costi sono però sola una componente nelle decisioni di investimento. Il resto è dato dalle prospettive di mercato, che rimangono molto deboli”.

Aggiunge Viesti che i patti per il Sud, a cui è stato destinato un terzo del Fondo di Coesione Sociale per il periodo 2014-2020 hanno il merito di mettere ordine e di essere visibili su fogli Excel, quindi in maniera trasparente.

Il limite è che il grosso della dotazione sarà spendibile dopo il 2018. Positivo, secondo Viesti, è l’aver indirizzato un altro terzo dei fondi del Fondo di coesione sulle infrastrutture, tramite una recente delibera del Cipe. “Il ministro Delrio sta mettendo ordine e sta facendo bene, ma ancora non sappiamo quali opere saranno finanziate”.

Il punto più critico a detta di Sergio Rizzo del Corriere della Sera, è il grave ritardo accumulato dalle regioni sui progetti finanziati dai vari programmi del periodo 2014-2020. Sul punto interviene ancora Vietsi: “Quello che più mi colpisce è stata l’assoluta mancanza di una risposta da parte del ministero”.

La tesi difensiva è che fino a tutto il 2016 sono stati usati i fondi del periodo 2007-2013, che il primo termine per la rendicontazione della spesa è fissato al 31 dicembre del 2018 e che ci sarebbe stato tempo per spendere i soldi del programma fino al 2023.

Rimane però un fatto: l’Italia è in ritardo e uno dei motivi principali si chiama “autorità di gestione”. Sono delle nuove strutture nazionali che dovrebbero semplificare l’iter dei fondi, facendo un filtro italiano sulla validità dei progetti. Il problema è che queste strutture sono state avviate con enorme ritardo. Lo scorso autunno la situazione era in alto mare.

Ancora a febbraio la Commissaria Ue per la Coesione sociale, Corina Cretu, ha dichiarato che mancavano sei designazioni di queste autorità. E finché le autorità di gestione non si avviano, tutto rimane bloccato. L’accelerazione è quindi una priorità assoluta.

Tuttavia, fonti della Commissione europea hanno confermato che, tra i Paesi con un numero di programmi comparabili a quelli italiani (che ne ha 30), la media di attivazione al mese scorso era di circa il 60% (l’Italia era all’80%). I ritardi, dunque, non sono solo italiani.

Quando i soldi europei sono stati effettivamente spesi, come nel 2015, gli effetti sul Pil si sono fatti sentire positivamente (il Sud in quell’anno è cresciuto poco più della media nazionale), come ha sottolineato anche l’ultimo rapporto dello Svimez. Di contro, essendoci stati anni di buco, si sentirà l’effetto contrario.

A riequilibrare il tutto, potrebbero esserci le risorse aggiuntive ordinarie, decise dal decreto Sud. Sarebbe un cambio di passo rispetto al recente passato. Viesti, in ogni caso, sottolinea come queste spese riguardino le amministrazioni pubbliche, mentre rimangono fuori quelle di società pubbliche, come Ferrovie dello Stato e Anas. “Sappiamo che negli ultimi anni la spesa del gruppo Ferrovie dello Stato si è concentrato sull’Alta velocità e questo ha significato risorse quasi nulle per il Sud. Possiamo discutere dell’opportunità politica o meno, ma non che si considerino queste delle decisioni solo aziendali”.

C’è poi da capire se i soldi e gli investimenti saranno reali. L’ultimo documento dell’Ufficio parlamentare del Bilancio ha mostrato come per il 2016 il governo avesse promesso alla Commissione Ue più investimenti, in cambio della flessibilità ottenuta sui conti. Invece, gli investimenti a conti fatti sono scesi del 4,5%.

 

Articolo di Luca Lippi

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