Npl: si tratta dei prestiti che le banche hanno concesso ai loro clienti e che questi ultimi hanno smesso di restituire.

Sono più che raddoppiati, in questi ultimi sette anni, passando dai 145,7 miliardi del 2010 a 324,3 miliardi di fine 2016. Per le banche sono una vera e propria sventura, si sono trovate a dover svalutare crediti su crediti nei loro bilanci fino a rischiare il default.

Se tanto si è parlato dei creditori (le banche), ben poco, troppo poco, si è parlato dei debitori: poche grandi realtà con importi molto importanti, ma anche tante, tantissime piccole imprese e famiglie. Ed è soprattutto a queste ultime che si deve dedicare molta attenzione.

Parliamo di 26 miliardi circa di bollette non pagate, rate di mutuo, crediti al consumo finiti nelle mani delle società di recupero crediti. Numeri spaventosi, quelli del rapporto Unirec: 35,6 milioni di pratiche, piccole o grandi che siano, più di una ogni due italiani. Peraltro, mentre il numero di pratiche cala, il monte dei debiti aumenta, + 18% nel giro di un solo anno e oggi siamo a circa 2mila euro di importo medio.

Basta guardarsi intorno per fare un rapido calcolo: il Pil fatica a crescere e la ripresa è troppo debole per recuperare i numeri persi negli anni a causa della crisi globale. La cosiddetta ripresa che nei fatte esiste, non è comunque sufficiente a produrre occupazione, tanto più nelle fasce lavorative medio-basse con l’edilizia al palo e l’automazione che avanza, sono dati che preoccupano.

La preoccupazione è giustificata dal fatto che, nel medio termine, gli effetti sono utenze interrotte e case pignorate. Non è un caso, peraltro, che le aste giudiziarie siano raddoppiate negli ultimi cinque anni, con un preoccupante boom in Lombardia, quella che in teoria dovrebbe essere la regione-locomotiva dell’intero Paese. Regione che detiene assieme a tutto il nord Italia (fonte market watch di Banca Ifis) più della metà di tutte le sofferenze bancarie che si sono accumulate in questi anni.

L’escalation deve destare qualche preoccupazione da parte degli amministratori della cosa pubblica, anche perché l’orizzonte non offre un’immagine meno cupa di quella attualmente fotografata dai numeri.

Il presidente di Unirec ha stimato: “Un aumento ulteriore degli importi complessivi tra l’8% e il 10% per l’anno in corso”. Se si fosse parlato di come stavano le banche tre o quattro anni fa, invece di preoccuparsi di vendere l’immagine di un credito ‘sicuro’, il più sicuro del mondo, forse non ci saremmo trovati a doverne salvare sette nel giro di pochi mesi, posando sul piatto una decina di miliardi di denaro pubblico. Allo stesso modo, l’emorragia di denaro pubblico potrebbe diventare solo la punta dell’iceberg di fronte all’incubo degli sfratti e delle famiglie per strada, come ad esempio è accaduto in Spagna. Una crisi finanziaria affiancata da una crisi sociale chiude ogni via di uscita e non serve essere esperti di scienza economica per capirlo.

 

Articolo di Luca Lippi

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