Sono ore drammatiche in Spagna, paese che vive la sua crisi politica più drammatica dalla fine del franchismo e che cammina sul filo del rasoio di una vera e propria guerra civile.

Ma lo scontro istituzionale e giuridico sul referendum di ieri della Catalogna non è esploso all’improvviso. Al contrario arriva dopo un contenzioso decennale.

Tutto ha inizio nel marzo del 2006, quando il Parlamento spagnolo adotta una nuova versione dello Statuto catalano che rafforza l’autonomia della Comunità Autonoma e nel suo preambolo definisce la Catalogna <una nazione> all’interno dello Stato spagnolo.

Il nuovo statuto stabilisce inoltre <il diritto e il dovere> dei cittadini catalani di conoscere e parlare le due lingue ufficiali, il catalano e il castigliano.

Tuttavia, nel luglio dello stesso anno, il Partito Popolare di Mariano Rajoy, all’epoca all’opposizione, presenta un ricorso contro il nuovo Statuto dinanzi alla Corte Costituzionale e definisce il testo una minaccia alla unità della Spagna.

La decisione della Corte arriva ben quattro anni dopo, nel giugno del 2010, quando il supremo tribunale costituzionale spagnolo annulla una parte dello Statuto catalano, stabilisce che il riferimento alla Catalogna come <nazione> non ha <nessun valore giuridico> e che la Costituzione <non riconosce altro che la nazione spagnola>.

La Corte nega l’uso della lingua catalana come prima lingua nelle amministrazioni catalane e sui mezzi di comunicazione.

La decisione della Corte scatena la reazione di parte dei catalani, e un mese dopo alcune migliaia di persone scendono in piazza al grido di <Siamo una nazione, decidiamo noi>.

Una manifestazione molto più imponente si terrà due anni dopo, l’11 settembre del 2012, quando quasi un milione di persone invadono le strade di Barcellona in occasione della <Diada catalana> la festa catalana, con lo slogan <Catalogna prossimo stato d’Europa>.

Nel frattempo Rajoy è arrivato al governo di Madrid con la promessa di una drastica politica fiscale di austerità.

In questo quadro, il premier dei popolari nega al presidente della Catalogna Artur Mas, un nazionalista e conservatore con poche velleità indipendentiste, una maggiore autonomia fiscale per la Catalogna, così come invece avviene per i Paesi Baschi e la Navarra.

Pochi mesi dopo, Mas vince le elezioni catalane con la promessa di celebrare un referendum sull’autodeterminazione.

Il sentimento indipendentista cresce e l’anno dopo, sempre in occasione della <Diada>, i manifestanti formano una catena umana di 400 km per tutta la regione, come segno di volontà di indipendenza della regione di sette milioni e mezzo di abitanti, la più ricca della Spagna di cui produce il 18 per cento del Pil.

Il 9 novembre del 2014 la Catalogna organizza una consulta simbolica, non riconosciuta dal governo di Madrid e dalla Corte Costituzionale che la giudica illegittima.

Al referendum il voto favorevole all’indipendenza raggiunge oltre l’80 per cento ma la partecipazione è modestissima: va alle urne solo il 3 per cento degli aventi diritto.

Il 27 settembre del 2015 la Catalogna va alle urne e le elezioni anticipate si presentano come un plebiscito a favore o contro l’indipendenza.

I partiti separatisti, di destra e di sinistra, arrivano al 47,8% . Per la prima volta sono maggioranza al Parlamento catalano.

Il 9 novembre del 2015 la Camera catalana adotta una risoluzione con cui lancia il processo che deve concludersi con la proclamazione dello Stato catalano indipendente in forma di Repubblica al massimo nel 2017. La risoluzione sarà annullata dalla Corte Costituzionale.

Il 10 gennaio del 2016, Carles Puigdemont, separatista da sempre, diventa presidente della Generalitat di Catalogna.

Dopodichè, nel giugno del 2017 annuncia la celebrazione di un referendum di autodeterminazione per il 1 ottobre, malgrado il divieto della giustizia spagnola. Lo stesso governo di Rajoy assicura da subito che <il referendum non si celebrerà>.

A settembre la Corte Costituzionale sospende il decreto con cui il governo catalano ha indetto il referendum e il Parlamento catalano, per tutta risposta, approva la cosiddetta <legge di rottura>, un provvedimento di transizione con cui si stabilisce di fatto il passaggio istituzionale della Catalogna verso l’indipendenza e la Repubblica in caso di vittoria del <Sì> al referendum.

Ma la Corte sospende anche questa legge.

E ora con il Sì cosa accadrà?

 

Articolo di Giuseppe Delene

 

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